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«In futuro saremo “Aidioti”? La tecnologia fa sempre paura»

Parlando di intelligenza artificiale con la prof. Barbara Caputo, insignita del Grand Prix Möbius 2024: «È una nuova corsa all'oro».
Imago/Abacapress
«In futuro saremo “Aidioti”? La tecnologia fa sempre paura»
Parlando di intelligenza artificiale con la prof. Barbara Caputo, insignita del Grand Prix Möbius 2024: «È una nuova corsa all'oro».

LUGANO - Professoressa ordinaria del Politecnico di Torino, da più di un decennio in prima linea per quanto riguarda robot e intelligenze artificiali, Barbara Caputo è stata insignita questo lunedì 17 febbraio del Grand Prix Möbius 2024 per l'intelligenza artificiale al servizio della società.

L'abbiamo incontrata in occasione del suo simposio dal titolo sottilmente ironico “Intelligenza Artificiale: tocchiamo ferro”, al Campus Est della Supsi di Viganello.

Un riconoscimento che arriva in un momento in cui l'intelligenza artificiale è davvero sulla bocca di tutti: «Forse anche un po' a sproposito», commenta Caputo, «per chi come me si occupa di queste cose da anni fa comunque un po' impressione vedere il dibattito pubblico catalizzato da una cosa che, una volta, era decisamente di nicchia. Si parla di DeepSeek al telegiornale, tutti sanno cosa sia OpenAI e il nome ChatGPT è praticamente entrato di peso nella cultura popolare...».

Un buon momento per chi se ne occupa, oppure no?

Penso non ci sia mai stato un momento storico, mi conceda questo termine per indicare gli ultimi cinque anni, in cui non ci sono state così tante persone al mondo a occuparsi di intelligenza artificiale.

Non c'è nemmeno mai stato un momento storico in cui si sono investiti così tanti fondi, soprattutto da parte di attori privati. La percezione, in effetti, è un po' quella della corsa all'oro che si traduce in un'accelerazione veramente fortissima.

Tanto che anche a me capita, qualche volta, di chiedermi: «Ma effettivamente sono preparata per quella che sta succedendo?». La risposta è probabilmente no, o meglio, faccio del mio meglio - come tanti altri professionisti - per gestire quello che sta succedendo.

In che senso?

Perché viviamo in un presente in cui tutto si muove così rapidamente che la ricerca si traduce in prodotto, e quindi finisce fra la gente su quei dispositivi che portiamo sempre con noi e che chiamiamo telefoni ma in realtà sono veri e propri computer, a velocità senza precedenti. E l'impatto sul quotidiano è reale e percepibile, anche se non del tutto misurabile.

Un esempio personale, io da docente universitaria ogni tanto mi chiedo: «Cosa significa fare il mio lavoro oggi?». Brutalmente: io fra una settimana inizio il mio corso: cosa metto nel programma e cosa no? Sono sicura che arriveremo a giugno e avrò insegnato tutto quello che serve? Arriveranno altre novità nel frattempo?

E per quanto riguarda gli esami? Ormai sono "condannata" a farli tutti orali, anche se praticamente ci vogliono due mesi... Chiedere una tesina oggi è una scommessa, non puoi essere certa che l'abbia scritta di suo pugno lo studente. E per quanto riguarda le tesi di laurea? Quelle cento pagine hanno ancora un senso?

Insomma, i dubbi sono molti e non solo nel mio campo, in tantissime professioni. Come uscirne? È una bella domanda, penso che la chiave di lettura giusta sia quella di trovare un po' l'essenza del nostro lavoro e puntare su quella.

Le AI, e soprattutto ChatGPT, sono diventati estremamente popolari fra gli studenti generando una certa preoccupazione fra insegnanti, istituzioni e genitori...

Questo perché un chatbot dà il meglio di sé quando si ha a che fare con del sapere sedimentato, capisco che soprattutto i liceali e gli universitari del bachelor quando hanno aperto per la prima volta l'app si saranno detti: «Ho svoltato!» (ride).

Ma il vero potenziale di queste tecnologie non è quello del semplice "ripescaggio" delle informazioni, è quello che permette di instaurare un dialogo con la macchina su questi dati. Discutendo con un’entità che conosce a menadito le informazioni, anche al di fuori dell'aula scolastica che è il luogo dove - tradizionalmente - si eroga il sapere. In questo senso ChatGPT & co. possono portare a casa l'aula (in senso lato).

Chi lo sa che in un futuro quelli che noi consideriamo compiti a casa non verranno svolti assieme a scuola, magari in piccoli gruppi, mentre le lezioni non si faranno da soli a casa - seguendo una conferenza su YouTube o leggendo un testo - per poi confrontarsi con l'intelligenza artificiale?

Quindi il termine “Aidiota”, ovvero quegli adulti di un futuro ipotetico non più in grado di ragionare, scrivere o ricordare senza le IA - è da depennare?

Ogni volta che arriva un'innovazione tecnologica si sentono cose di questo tenore.

Spesso chi parla di queste cose non le conosce nemmeno troppo bene. In questo caso si stanno facendo speculazioni e si sta agendo (anche istituzionalmente) veramente sulla base della fantascienza.

Forse più di preoccuparsene avrebbe senso occuparsene, nel senso di utilizzarle e tentare di capirle e tirarci fuori il meglio.

In fin dei conti sono un'invenzione incredibile che ha ancora tantissimi limiti ed è lontanissima dal sostituire del tutto un essere umano. E se, come me, avete mai interagito con il chatbot di una compagnia aerea mi darete senz'altro ragione (ride).

C'erano quelli che dicevano che i social network sarebbero stati la nostra Apocalisse, e invece mi sembra che siamo tutti ancora qui. O mi sbaglio?

A proposito delle “AI frugali”: «Bisogna parlare di quello che c'è dietro»
Tema che è valso alla prof. Caputo il Grand Prix Möbius, è quello delle “AI frugali”. Ma, in soldoni, di che si tratta? In genere si parla sempre molto poco di quello che c'è dietro alle AI, dalle migliaia di ore-uomo spese per "addestrarle" al vero e proprio costo energetico di questo tipo di tecnologia: «È una dei primi interrogativi che mi sono posta, ma questa è davvero una tecnologia “green”?», ci spiega Caputo, «sono schietta, non è affatto una domanda che fa impazzire i colossi hi-tech. Quanta elettricità ci vuole per far funzionare questa tecnologia? Quanta CO2 emette? Quanta acqua ci vuole per raffreddare quei processori incandescenti? Sono convinta - e l'esempio di DeepSeek è lì a dimostrarlo - che il potenziale di risparmio, di frugalità, ci sia. Come? Con la condivisione della parte fondazionale del programma che è una cosa che non fa impazzire gli americani, va detto. Partendo da una base comune è però possibile lavorare al “ferro” - come si dice in gergo - cioè la parte hardware, sulla quale si può - e si deve - lavorare ancora».

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