Il capitano del Locarno Antonio Felitti si racconta: «La promozione con l'ACB il momento più bello. L'Inter? Me lo avevano detto a Chiasso».
«Sono contento della mia carriera, visto che ho giocato titolare nelle nazionali U15, U16 e U17. Forse, il più grande rimpianto - oltre ai tanti infortuni con i quali ho dovuto convivere - è stato quello di non aver mai provato un’esperienza all’estero».
LOCARNO - Una carriera di tutto rispetto per Antonio Felitti, che l’ha portato a calcare i campi della Challenge League per cinque anni fra il 2012 e il 2017. L’oggi capitano del Locarno si è anche fregiato di diverse partite da titolare nelle nazionali giovanili: il suo potenziale non è mai passato inosservato tanto che, in diverse occasioni, ha pure flirtato con i grandi club come Inter, Juve, Basilea e Young Boys. In particolare con i nerazzurri ci fu una possibilità di cui il 31enne, per caso, è venuto a conoscenza solo qualche anno dopo.
Con il terzino delle bianche casacche abbiamo ripercorso la sua strada, fatta di tante gioie ma anche di qualche amaro contrattempo, come i tanti infortuni che l’hanno spesso colpito... «Com’è nato il mio amore per il calcio? Quando avevo 4 anni e mezzo, mio papà mi portò una prima volta al campetto, per poi iscrivermi al FC Pedemonte. Sì, posso dire che con il calcio è stato amore a prima vista. Già ai tempi delle elementari si giocava fino a che non calava il sole e nei weekend cercavo sempre di andare dove c’era un pallone. Sono inoltre stato fortunato a crescere in un quartiere in cui tanti bambini amavano il calcio».
Cosa rappresenta per te oggi questo sport?
«Sicuramente un hobby e una passione. Lo sport è un’importante valvola di sfogo in una società sempre più connessa e dove l’attività fisica viene spesso messa in secondo piano. Oltre al calcio gioco a padel e vado in palestra, diciamo che non mi piace stare fermo».
Qual è stato il momento più intenso che hai vissuto in questo mondo?
«L’anno a Bellinzona, nel 2018, in cui abbiamo ottenuto la promozione dalla Prima Lega alla Promotion League, dove al campo c’erano 5’000 spettatori. Essendo bellinzonese, questo è sicuramente stato un momento per me ricco di gioia ed emozioni».
E le stagioni in Challenge League dove le mettiamo?
«È stata un’esperienza formidabile. A Chiasso ho davvero scoperto cosa significa quando si parla di ambiente famigliare. Sono stati cinque anni bellissimi in cui mi sono davvero divertito. Un momento indimenticabile è stato conoscere Zambrotta, sia nella veste di compagno di squadra che in quella di allenatore».
Cosa puoi raccontarci di lui?
«Quando me lo sono trovato davanti sono rimasto pietrificato. Io avevo il 19, suo numero storico, ma me l’ha lasciato. Per me è stata una cosa incredibile condividere con lui lo spogliatoio, pensando a ciò che ha ottenuto in carriera. Mi ricordo una trasferta a Bienne, dopo quattro ore di bus, in una giornata in cui pioveva senza sosta, che è rimasto in panchina per 90 minuti senza lamentarsi. Un personaggio di grande spessore».
In tanti ricordano con piacere l'annata con Livio Bordoli in panchina dove, malgrado alcune difficoltà di contingente, avevate portato a termine un buon campionato...
«Sì, ho un bel ricordo di quella stagione. Anche con Livio mi sono trovato bene e ha sempre creduto in me. È molto bravo a lavorare con i giovani, ci tiene al territorio e se vede potenziale nei giocatori locali non ci pensa due volte a sfruttarlo».
Qualche rimpianto?
«Anzitutto devo dire che sono contento della mia carriera, visto che ho giocato titolare nelle nazionali U15, U16 e U17. Forse, il più grande rimpianto - oltre ai tanti infortuni con i quali ho dovuto convivere - è stato quello di non aver mai provato un’esperienza all’estero. Eppure le possibilità si sono presentate, da giovanissimo mi hanno cercato anche Juve, Inter, Fiorentina, Basilea, YB e GC».
C’è un aneddoto davvero incredibile…
«Al mio arrivo a Chiasso, nel 2012, un compagno mi raccontò una cosa abbastanza clamorosa. Quando lui nel 2008 si trovò nella sede dell’Inter a firmare un contratto, c’erano il mio agente e l’allora direttore sportivo dell’Inter Piero Ausilio. Quest’ultimo chiese informazioni su di me, dicendo che il mio era un profilo interessante, ma il mio procuratore disse che non ero pronto per l’Inter perché avevo appena 15 anni. Questa cosa mi è rimasta un po’ qui… Purtroppo, però, come tutti sappiamo, a quell’età sono spesso gli altri che prendono le decisioni per te».
Anche in un’altra occasione sei andato molto vicino a varcare il confine… Giusto?
«Sì. L’estate precedente la stagione in cui il Bellinzona era stato retrocesso dalla Super alla Challenge League - nel 2010 - avevo rifiutato il Chievo Verona, che mi garantiva di allenarmi con la Prima squadra e di giocare con la Primavera. L’ACB, nello stesso periodo, mi aveva proposto cinque anni di contratto in Super League, offerta davvero interessante visto che avevo 17 anni e dato che ero bellinzonese. Purtroppo le cose erano andate male sotto diversi aspetti, anche perché in seguito alla relegazione Andermatt aveva preferito puntare sull’esperienza. Motivo per il quale mi sono ritrovato improvvisamente a giocare nel Team Ticino».
Il presente è il Locarno… La classifica dice che siete a 7 punti dalle prime due posizioni...
«Ci crediamo, eccome! La squadra ha tutto il potenziale per salire. All’andata abbiamo perso diversi punti, ottenendo qualche pareggio di troppo. Nel girone di ritorno avremo tante partite in casa e proveremo a risalire la china. Non va dimenticato infatti che, oltre alle prime di ogni girone, sale anche la miglior seconda fra tutti i gironi. E, da questo punto di vista, oggi non siamo messi poi così male. Mai come in questo caso però dobbiamo ragionare partita dopo partita. Il gruppo è unito, la società è unita… Frigomosca? È bravo nella gestione del gruppo, sa che spesso arriviamo all’allenamento dopo una giornata di lavoro ed è molto comprensivo. È bravo a tenere tutti uniti, non semplice in una squadra in cui ci sono diversi elementi che hanno giocato in realtà importanti».